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L’altra che danza
Conversazione con Suzanne Dracius

Con il termine “metissage”, che potremmo tradurre in italiano con “meticciato”, si intende quel processo di mescolanza o avvicinamento tra culture diverse a cui oggi, grazie alla globalizzazione che stiamo vivendo, assistiamo sempre più frequentemente. Processo molto studiato ma sempre a livello accademico, dall’antropologia alla linguistica e via dicendo. Con L’altra che danza lei affronta questo difficile tema attraverso le parole del romanzo. Attraverso la storia di due sorelle, Revhana e Matildana, molto diverse ma entrambe alla ricerca della propria identità. È una sfida letteraria, o forse un intento pedagogico, un modo per avvicinare le masse a una tematica tanto attuale o per lottare contro la discriminazione?

Forse è una sfida di per sé, già alla base, osare scrivere in quanto meticcia martinicana, cioè in quanto persona nata da una società post-coloniale in cui coloro tra i miei avi che erano schiavi non avevano il diritto di imparare a leggere e scrivere: erano puniti anche se si azzardavano a farlo di nascosto! C’è quindi una doppia sfida: la prima, in quanto essere umano che discende da un popolo a cui le leggi della schiavitù impedivano la scrittura, la seconda, in quanto sottomessa alla condizione femminile. Le “persone di colore” non sono state incoraggiate ad accedere all’istruzione. Vade retro! È solo dopo aspre lotte che abbiamo assistito all’emergere dei meticci (mulatti), poi dei neri, ben molto tempo dopo l’abolizione della schiavitù (1848). Ora, la sfida è doppia, perché l’emancipazione di persone divenute libere non è stata accompagnata a un progresso nella condizione femminile. Anzi, al contrario: c’è stata regressione. Da qui la necessità di trasgredire. Uguali agli uomini nella fatica del lavoro e nella condizione servile, le donne martinicane non lo sono state nello statuto di affrancate, dove si sono trovate alle prese con le stesse discriminazioni sessiste delle donne francesi, con il fardello del post-colonialismo per di più, ben peggiore della più arretrata delle province francesi. Non ci si aspettava che un martinicano scrivesse, e meno ancora che lo facesse una martinicana. E ancor meno che una martinicana osasse abbordare il tema del meticciato e la delicata questione dell’identità! Sì, c’è una sfida in questo progetto di scrittura che tende a rendere sotto forma romanzesca le sottigliezze del meticciato visto dall’interno di una pelle meticcia. Un universitario, Nicolas Miraillet, ha appena qualificato la mia pièce “Lumina Sophie dite Surprise” come «gioiello barocco» «... Intendendo per barocco non il riferimento a un movimento estetico e letterario datato, ma un sinonimo d’esuberante, lussureggiante, bizzarro, inatteso o ancora contraddittorio (ci si ricordi che etimologicamente la parola designava in portoghese una perla di forma irregolare)». C’è in effetti in L’altra che danza un contrappunto percepibile già nel titolo – reso dalle due sorelle, l’una e l’altra – che, lungi dal formare una dissonanza, si coniuga con la stessa nozione di meticciato, di sangue misto, per tentare di trovare un’armonia nella «confusione di quei sangui».

Nel romanzo la danza è un mezzo, uno strumento per celebrare, ma anche preservare, una cultura molto antica. Matildana danza, con una sensualità e una forza quasi atavica: “Vi parlo allora di una danza-flutto, nella quale il negro si riscatta senza coltelli. Vi parlo di un sudore voluto, che lava e ha sempre lavato le suppurazioni dell’alienazione.” In una società, quella francese, dove ormai l’assimilazione è messa in atto da generazioni, c’è ancora bisogno di un riscatto, seppur “pacifico”? L’uomo di colore, oggi, si sente ancora vicino agli antenati della Tratta?

La danza è effettivamente più di un piacere sensuale o un semplice divertimento; è un simbolo di libertà: alcune danze di schiavi, come la “calenda”, erano interdette dai padroni, col pretesto che erano indecenti, ma soprattutto perché erano occasione di riunioni notturne dove potevano fomentarsi delle rivolte. La riunione favorisce l’unione, e l’unione fa la forza. Sempre il buon vecchio principio “dividere per regnare”, applicato dai coloni bianchi. Di origine africana, le danze tradizionali furono per molto tempo disprezzate in quanto pratiche da “vecchi negri”. Anche oggi, alcuni antillani le denigrano – è il colmo! Ai nostri giorni, in Francia, nulla è interamente bianco o interamente nero. La situazione del meticcio è essa stessa meticciata. Tutto è sfumato. Il meticcio ora subisce delle discriminazioni (per esempio a lavoro, per un affitto, a causa del suo colore), ora è incensato – spesso con paternalismo. Soltanto quando ha successo piace. Sì, c’è bisogno di “riscattarsi”! Quando un candidato “di colore” si presenta come primo in lista di un grande partito alle regionali, come in questo momento all’Île de France, i suoi avversari dissotterrano vaghi pseudo-peccati veniali di gioventù di un omonimo per screditarlo ¹: cosa mai vista, negli annali politici, dal momento che si ha piuttosto la tendenza a dare volentieri veste pulita ² agli eletti sulla piazza. Si ammirano i francesi “di innesto” solo se non fanno concorrenza ai francesi d’origine. La danza, la musica, lo sport, sono ambiti in cui il meticcio può brillare. Ma se si avventura in cose “serie”, in politica o in letteratura, se pretende d’essere attore o presentatore in televisione, tutto è più difficile per lui. Non se l’aspettano lì. È terreno di caccia per i bianchi. Sì, ha bisogno di riscattarsi. Emanciparsi, per davvero. Recentissimamente, è all’attore bianco-bianco Gérard Depardieu che è stato affidato, o scandalo!, il ruolo del meticcio Alexandre Dumas, in un film che, peraltro, lo denigra in ogni senso: l’argomento della regia è infatti che questo mulatto avrebbe avuto un negro in senso letterario, cioè un oscuro bianco che scriveva al suo posto. Sarebbe divertente, se non fosse così lamentevole, quando ci si ricorda che denigrare viene dal latino “niger” che significa nero. La Francia d’oggi fa molta fatica ad accettare che il più celebre scrittore francese del mondo, il padre dei “Tre Moschettieri”, fosse un meticcio! Allora lo si fa incarnare da un attore bianco e si scredita ³ la sua reputazione letteraria. Nel migliore dei casi il meticcio ha diritto a una condiscendenza paternalista. In concomitanza con l’insediamento di Obama alla presidenza degli Stati Uniti – afro-americano in senso stretto, meticcio agli occhi dei francesi, mentre per gli anglosassoni una sola goccia di sangue nero fa di voi un Black –, la causa meticcia è di nuovo ascesa, ma l’infatuazione è stata passeggera. Bisogna rimanere vigili. Quel che è successo negli Usa è impensabile in Francia. Quanto alla memoria della schiavitù, se attualmente è molto presente alle nuove generazioni e agli intellettuali al fine di ricostruirsi – poiché questa volontà anamnesica permette una forma di resilienza per guarire dai traumi della servitù disobbedendo all’ingiunzione di dimenticare –, essa è occultata nei più vecchi, che non vogliono sentirne parlare. Era così fino a pochissimo tempo fa, fino all’inizio del XX secolo, e anche fino agli anni ’70: nelle famiglie martinicane si aveva vergogna, paura e orrore di evocare la schiavitù. Si demonizzava il negro marrone – lo schiavo che era sfuggito alla piantagione –, mentre oggi lo si onora come simbolo di libertà e di dignità. Ma quando ero piccola, quando ti dicevano “Hai l’aria di un negro marrone”, significava: “hai l’aria di un bandito”, riproducendo lo schema imposto dal padrone, perché il marrone faceva razzie nelle abitazioni, terrorizzava anche gli altri schiavi – terrore sfruttato dai padroni per screditare l’immagine del marrone.

¹ Il termine francese usato è noircir, che significa anche rendere nero, annerire, abbronzare, oscurare [N.d.T.]
² anche qui, usa il termine blanchir, letteralmente sbiancare [N.d.T.]
³ anche qui usa il termine, peraltro segnato in cv., noircir [N.d.T.]
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Suzanne Dracius
Suzanne Dracius
L’altra che danza
Traduzione di Leonarda Oliveri
Cover Marco Ceruti
2010, NT 5, 210x140
pagine 269
euro 16,00
Isbn 978-88-8003-335-6

Poetessa, drammaturga e narratrice, Suzanne Dracius (Fort-de-France, 1951) ha diviso la sua vita fra la Martinica e Parigi. Laureata in Lettere Classiche alla Sorbona, ha insegnato a Parigi, all’Université des Antilles-Guyane in Martinica fino al 1996 e negli Stati Uniti come “visiting professor”.
Rivelazione letteraria grazie al romanzo L’altra che danza, finalista al Prix du Premier Roman 1989, il suo corpus include due poemi in creolo con traduzione francese; la raccolta di racconti Rue Monte au Ciel (2003, campione di vendite); saggi storici e il “fabulodramma” Lumina Sophie dite Surprise (2005). È curatrice di antologie (Premio Fètkann Mémoire du Sud/mémoire de l’humanité 2005). Per la sue raccolta di poesie, Exquise déréliction métisse (2008) le è stato conferito il Prix Fetkann 2009. Le sue opere sono tradotte in più lingue e studiate nelle università di tutto il mondo.
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